Valvasone

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Un unicum in Italia

L’organo cinquecentesco del duomo rappresenta il vanto della comunità valvasonese ed è certamente una delle presenze d’arte più interessanti dell’intero Friuli, sia per il suo valore musicale sia per l’importanza delle decorazioni pittoriche che l’abbelliscono.

Infatti, si tratta di uno strumento unico nel suo genere, commissionato nel 1532 al grande maestro organario Vincenzo de Columbis (Casale Monferrato, 1490 ca – Venezia, 1574), con il contributo del massimo pittore friulano dell’epoca, Giovanni Antonio de’ Sacchis, detto il Pordenone (1484 ca – 1539).

I lavori iniziarono nel 1533 con le opere architettoniche necessarie a posizionare l’organo su di una cantoria ancorata alla parete destra, e nello stesso anno lo strumento entrò in funzione, benché la costruzione della cassa che lo riveste non fosse terminata prima del 1535.

A quel punto prese avvio l’impresa decorativa, cui attesero fino al 1538 l’intagliatore Girolamo di Venezia e l’indoratore Tommaso Mioni da Udine, i quali proposero un elegante repertorio, fatto di mascheroni e girali, ormai di gusto manierista.

Invece per le portelle fu contattato Pordenone, il quale nel 1537 ricevette un acconto di 55 ducati per la realizzazione delle ante su temi eucaristici; purtroppo due anni dopo il pittore morì a Ferarra, lasciando incompiuta la realizzazione appena avviata.

Lo sforzo profuso per questo strumento, ingaggiando i più quotati tra gli organari, gli artigiani e gli artisti dell’epoca e affrontando così tante e cospicue spese, risulta un eloquente indice dell’attenzione prestata nella Valvasone del XVI secolo all’attività musicale, promossa da ben due centri, entrambi strettamente legati ai signori di Valvason: il castello e la chiesa parrocchiale.

In quest’ultima l’attività liturgico-musicale doveva essere molto intensa, come testimoniano numerosi documenti, che, tra l’altro, raccontano della frequente esecuzione di sacre rappresentazioni, come quella di Feo Belcari Abraam e Isac, legata a motivi eucaristici e dunque molto adatta all’ambiente vista la presenza del prezioso lino.

Il Pordenone era uno dei pittori più noti dell’epoca e veniva considerato uno dei maggiori interpreti dell’arte rinascimentale, per la monumentalità che sapeva conferiva alle figure, utilizzando spesso arditi e stupefacenti scorci prospettici, e inserendole in composizioni di nuova invenzione. L’artista aveva già dato prova della sua creatività nell’ornamento di organi, lavorando sia per il duomo di Spilimbergo (nel 1523-1524) sia per quello di Udine (nel 1527-1528). Pordenone morì nel 1539, lasciando, probabilmente, solo l’abbozzo delle scene presenti sulle ante. A completare l’opera sarà chiamato nel 1549 il pittore sanvitese Pomponio Amalteo (Motta di Livenza 1505 – San Vito al Tagliamento 1590), allievo e genero del de Sacchis.

Non si tratta dell’unico episodio del genere, poiché Pomponio “ereditò” anche altre commesse lasciate incompiute dal suocero, terminandole con lo stesso linguaggio del suo maestro, seppur attraverso una cifra stilistica di minore qualità.

Sebbene non si conosca con precisione il programma iconografico della decorazione pittorica dello strumento – e neppure chi ne fosse stato l’ispiratore – il riferimento al Corpo di Cristo (che dà la titolazione alla chiesa) risulta sempre centrale ed è evidente il legame con il culto della sacra reliquia; tuttavia, secondo alcune interpretazioni, nei dipinti valvasonesi si celerebbe una sottile polemica contro la chiesa romana e un’attenzione a favore del movimento luterano (la stessa possibilità è prospettata per i dipinti dell’organo spilimberghese), che proprio tra alcuni membri della famiglia dei Valvasone, così come in altre nobili casate friulane del tempo, sembra abbia goduto di qualche simpatia.

Comunque, sulle ante, la cui ideazione spetta al Pordenone, sono raffigurati temi del Vecchio Testamento: chiuse propongono la grandiosa scena della Caduta – con alcune figure centrali autografe del grande maestro – episodio biblico che rappresenta un’evidente prefigurazione dell’Eucarestia, mentre aperte, come sono quando lo strumento è in funzione, a sinistra è collocato il Sacrificio di Abramo e sul lato opposto il Sacrificio di Melchisedech, anch’esse vicende commentate dalla tradizione come simboli eucaristici, eseguite dall’Amalteo nel 1549 seguendo il disegno del suocero.

Invece nel poggiolo compaiono riquadri, integralmente pensati e realizzati da Pomponio Amalteo all’inizio degli anni ‘50, con episodi tratti dai Vangeli: da sinistra, le Nozze di Cana, la Cacciata dei mercanti dal Tempio, la Probatica piscina, la Moltiplicazione dei pani, e la Conversione della Maddalena. Tutti avvenimenti legati in vario modo a una esegesi di natura eucaristica, come prefigurazioni sotto altre forme del Sacramento.

A Pomponio si devono anche i fregi affrescati con motivi a grottesche ai fianchi dello strumento.

Altri punti di interesse di:
Chiese e cappelle votive